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Progetto EHT: la foto del secolo

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La foto di M87

Il primo buco nero di cui abbiamo prova diretta grazie al telescopio EHT è M87, un buco nero supermassiccio di 6 miliardi di masse solari al centro della galassia ellittica di Virgo A, a una distanza di 50 milioni di anni luce. L’immagine mostra un anello luminoso formato dalla luce piegata dall’intensa azione della gravità nei pressi del corpo celeste.

Buco nero M87, fotografato dall'eht
Crediti immagine: jpl.nasa.gov

EHT: un telescopio “virtuale”

L’EHT (Event Horizon Telescope) è il punto di arrivo di decenni di lavoro da parte decine di ricercatori in tutto il mondo. Non si tratta di un singolo telescopio fisico, ma di uno strumento di osservazione “virtuale”, costituito da una rete globale di radiotelescopi messi a disposizione da numerosi centri di ricerca. Di seguito sono elencati tutti i radiotelescopi messi in campo dal progetto EHT:

  • South Pole Telescope (SPT), in Antartide;
  • Large Millimeter Telescope (LMT), in Messico;
  • Radiotelescopio di Pico Veleta (IRAM), in Spagna;
  • Submillimeter Telescope (SMT), in Arizona, Stati uniti;
  • Submillimeter Array (SMA) e James Clerk Maxwell Telescope (JCMT), nelle Hawaii, Stati Uniti;
  • Atacama Pathfinder Experiment (APEX) e Atacama Large Millimeter Array (ALMA), in Cile.

Elaborazione dati e pubblicazione

I primi test cominciano all’inizio del 2017 e la prima vera finestra di osservazione è aperta il 4 aprile dello stesso anno. Dopo qualche mese, i dati ricavati dall’Event Horizon Telescope sui fotoni provenienti dal buco nero M87 sono imballati e portati nei supercomputer di due diversi centri di rielaborazione: l’osservatorio Haystack del MIT e l’istituto di radioastronomia tedesco “Max Planck“.
Nel giugno del 2018 i dati iniziano a essere rielaborati da diversi team di ricerca coinvolti nel progetto. La pubblicazione della prima immagine di un vero buco nero arriva il 10 aprile 2019: è la foto del secolo.

INAF e INFN nel progetto EHT

Al progetto, finanziato in parte dalla commissione europea, ha dato contributo anche l’Italia, in particolare l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN)

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